Il progetto di Alan Fletcher

Logo

Maestro indiscusso della grafica chiamato nel 2003 a disegnare il logo della nascente Facoltà, fondatore di Pentagram – uno degli studi più noti e attivi nel panorama della grafica internazionale –, Fletcher risponde con passione ed entusiasmo alla sfida e dà prova della sua rara capacità immaginifica.
Dopo aver disegnato le identità di istituzioni, agenzie e aziende dai nomi altisonanti come la Reuters, il Victoria and Albert Museum, mentre ricopriva l’incarico di direttore artistico della celebre Phaidon, egli si trova catapultato in una realtà del tutto differente, in tutti i sensi marginale e lontana, ma da buon visionario sposa il progetto offrendone la sua personale interpretazione. Fletcher disegna una “A”, una delle sue “A”, una di quelle che imperavano sulle pareti del suo luminoso studio di Pembridge Mews, la sua inequivocabile firma: “A”.

Il carattere che sceglie è silenzioso, evanescente, sfuggente, quasi un’ombra onirica. Ma solo i sogni coraggiosi conducono a realtà prima impensate e allargano gli orizzonti del possibile. Con quel segno veniva definita l’identità e sancita la nascita di “Architettura ad Alghero”.

Una storia che inizia tra il sogno e l’utopia, non intesa come fuga dalla realtà, ma come strumento di costruzione della realtà stessa. Non poteva esserci un avvio più benaugurante perché, come scrive Lewis Mumford, è l’assenza di utopia a causare l’impoverimento della progettualità e la capacità di immaginare altrimenti la realtà. I segni della “A” lasciataci da Alan Fletcher sono di per sé un progetto, una composizione dallo spirito spiccatamente creativo e costruttivo.

Si parte dunque dal principio, dalla lettera “A”. Un inizio didatticamente ineccepibile, certo, ma ancora incompleto. Per potersi concretizzare in realtà, l’utopia necessita infatti di un’opportunità, di un progetto e di una comunità: un’opportunità che la porti ad aggrapparsi ad un preciso momento storico sfruttandone le condizioni favorevoli; un progetto che le permetta di tradursi dalla dimensione astratta a quella concreta ed effettiva; infine una comunità capace di attuare il progetto.
Requisiti, questi, che non tardarono ad arrivare.

(Storia dell’Università di Sassari, La Facoltà di Architettura, AA.VV. 2010 – pp.381,382)